ASitSanremo Social Club
di Federico Basigli
Se c’è una cosa che a Sanremo non manca mai, oltre a fiori, canzoni, polemiche e retorica, è la vasta eterogeneità che regna tra palco e realtà, tra dietro le quinte e canzoni.

Sanremo è stata terra promessa e terra dei cachi, con forte prevalenza della seconda, peraltro, capace di passare da Mirkoeilcane a BugoeMorgan, dalla canzoni sul dramma dei viaggi della speranza dei migranti del primo (tema ripreso quest’anno da Massimo Ranieri) alla roba trash fonte perenne di meme dei secondi (inutile linkare).
Non sempre escono pezzi come “L’uomo col megafono” o “Aria” di Silvestri, “Ti regalerò una rosa” di Cristicchi, “Minchia signor tenente” di quel compianto genio di Faletti.
La musica è anche impegno, non solo impegno. L’arte si espande nelle sue varie forme, giusto così.
Poi arrivano i Maneskin.
Ecco, io nemmeno li avrei fatti vincere, l’anno scorso (Musica leggerissima tutta la vita). Cantano la loro hit, “Zitti e buoni”. Va bene. E poi succede.
Cantano Coraline, un brano che non conoscevo. Dove c’è tutto il dramma di una ragazza, spiegato in maniera caotica, sporca, sghemba. Come capita sempre, con temi più grandi di noi. C’è la paura di non essere all’altezza del mondo e le ferite che quel mondo ha inferto ad una ragazza fragile, c’è l’abbandono, quasi richiesto per essere sola e non sentire dolore, isolarsi, può essere una favola nera del 1600 o un hikikomori dei giorni nostri. Un flusso di coscienza che investe, come quando sfondi le barriere del non detto, in un colloquio, e il ragazzo che conosci da anni ti offre spaccati della sua vita vividi e reali, che seppur dall’altro lato della scrivania ci finisci dentro anche tu, perché se non hai capacità empatica lascia perdere e poi ognuno ha i suoi mostri, i suoi ricordi. E allora i disturbi alimentari, il maltrattamento, fisico e psichico, l’abuso.
Quella zattera che naviga in un fiume in piena. Come le navi dei viaggi della speranza, e della morte. Perché a volte se ne esce, a volte no. A volte si riesce, a volte si perde, a volte non si gioca proprio, e ci si rinchiude nella propria torre d’avorio, consegnandosi in pasto ai propri demoni.
Coraline, urla le tue verità, e ringrazia Damiano per averti dato voce. Perché negli appartamenti a fianco del nostro, tante ragazze vivono ripiegate nel loro dolore. E magari, accesa la tv per vedere Ana Mena (per ogni Coraline c’è una espiazione, evidentemente), si ritrovano a capire che quel lieto fine che alla ragazza dei Maneskin sembra precluso può invece essere raggiunto, se Damiano, finita l’esibizione, piange. Piange, perché il messaggio è passato. Grazie.
Continua...




E' richiesto l'inserimento di un indirizzo e-mail (che non viene pubblicato).
La responsabilità di quanto inserito nei commenti è degli autori degli stessi.