
Non è sempre facile raccontare delle storie, soprattutto se sono storie difficili, di utenti difficili, storie altrui. Perché la domanda che ci si pone è sempre la stessa: di chi sono le storie, o meglio, che cosa è una storia, e a chi è utile? E dove ci porta questo raccontare, quali spazi aiuta ad abitare?
E così mi viene da pensare a Giulio, a Giulio che non sempre ha una casa dove stare …
“Se un giorno dovessi trovarmi a vivere per strada, verrei a cercarti” – un giorno gli dissi – “perché so che con te, in strada, si può vivere”. Giulio mi guardò dritto negli occhi e, con una buffa espressione, mi rispose “dottore, mi dia retta, è meglio vivere dentro una casa!”.
Conosco Giulio da più di vent’anni oramai, era ancora minorenne quando lo incontrai per la prima volta; mi ha sempre dato del “lei”, nonostante il tempo trascorso e nonostante quella consuetudine “non scritta” tra i corridoi del Servizio, nei quali si apprende a “darsi del tu”.
Un giorno gli chiesi il motivo di questo “lei”, proponendogli di passare al “tu”: mi guardò, e sempre con la sua aria sorniona mi disse: “lei è il dottore, io il tossico … e ognuno deve stare al suo posto”.
Ecco, questo è Giulio il tossico, o almeno questo è quello che lui ha sempre pensato di essere, come chi indossa una veste e pensa che “quella” sia la sua unica pelle.
Arrivò così in uno strano pomeriggio, a distanza di anni dalla nostra prima conoscenza, quasi per caso, la storia che Giulio decise di raccontarmi tutta in un soffio: un soffio leggero, armonico, senza pause, quasi d’incanto.
Era estate, ed il colloquio in Comunità Terapeutica si trasferì dall’ufficio al giardino, tra gli alberi. Giulio andò a prendere due sedie, una per lui e l’altra per me, le portò entrambe lui non ritenendo che dovessi provvedere da solo; provai a dirglielo - “lascia stare, la prendo io” - ma non ci furono ragioni: “ci penso io” disse Giulio “perché è giusto così”.
Mi ha sempre fatto pensare questa sorta di “distanziamento” cercato nelle forme che Giulio adottava, non poteva essere solo un gesto educato, gentile o formale. Mi sembrava che, in qualche modo, vi fosse una sorta di differenziazione che impediva non tanto l’avvicinarsi ma il difendersi, o meglio il difendermi - lui difendeva me - da un avvicinamento eccessivo, dal rischio di accostarmi troppo a pensieri ed emozioni, che nessuno dei due, nella posizione in cui eravamo, poteva permettersi di fare.
Quel pomeriggio, seduto sotto un ulivo, avvenne qualcosa che non stava nella preparazione logica di quell’incontro.
Giulio portava pantaloncini corti e canottiera, e quel suo abbigliamento esponeva, esaltandoli, i suoi tatuaggi: tanti, tantissimi, sparsi in tutto il suo corpo.
Lui iniziò a parlare: parlò come soffiando, e mi condusse in un’altra dimensione. Parlò e raccontò come mai aveva fatto prima con me.
Iniziò nominando quello strano disegno che portava sulla mano sinistra, e poi via-via percorse palmo a palmo il suo corpo dando un nome a tutto ciò che vi era disegnato, riuscendo in tal modo far apparire persone, date, episodi, ammonimenti.
I tatuaggi che portava nel corpo non avevano nulla che potesse assomigliare ad un compimento estetico di un qualche disegno intenzionalmente ricercato, nonostante portassero con sé una sorta, come dire, di bellezza.
Raccontavano, invece, della sua vita. Ogni tatuaggio era segno di paure e ricordi: narravano il giorno e la notte, l’attesa e la morte, la fortuna e il destino. Raccontavano, appuntandole, le tappe del viaggio della sua vita. Erano la sua vita.
Aveva trovato il modo di appiccicarsi la vita addosso, e gliela potevi leggere proprio così: “addosso a se stesso”.
Giulio aveva trovato il modo per rimanere attaccato alla vita, alla sua vita.
Concluse dicendo “non l’ho mai raccontata a nessuno … e non so se mai più lo farò!”.
Quel pomeriggio trovò il modo, il tempo e lo spazio per farlo. Giulio trovò il modo per avvicinarmi a qualcosa che non avrei mai potuto capire in altro modo.
Penso, ancora adesso, che quel racconto non potesse avere che quel paesaggio.
Questo racconto è tratto dall'articolo "Dove e come incontriamo le persone fa la differenza" presente nel n.342/2021 di Animazione Sociale




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