
Andrea è appeso alla parete del mio ufficio. Tiene in mano una carpa dorata. Ho appeso la foto di Andrea dopo averne chiesto il consenso.
Un giorno, con fare soddisfatto, mi raccontava della sua passione: le notti in riva al Po, la pesca in Croazia, il pesce che abboccava dopo ore e ore di paziente attesa. E quanta passione ci metteva nel raccontare come toglieva l’amo, disinfettava la ferita, pesava la preda, la fotografava e poi la riponeva di nuovo in acqua. Per rivedere poi un giorno nell’album delle sue fotografie, ciò che nel tempo era riuscito a pescare.
Mi piaceva quella foto, e quando gli chiesi il negativo non manifestò alcuna esitazione nell’acconsentire alla mia richiesta.
Ora la foto è là, appesa in quella sorta di stanza-raccoglitore in cui si è trasformato il mio ufficio nel tempo. Senza saperlo e senza volerlo, si è tramutato in un “archivio degli affetti”, dove sono appese foto, immagini, disegni, oggetti provenienti da diverse mani e da diversi viaggi.
Sorrido quando qualcuno mi chiede se quel ragazzo nella foto sono io, o se è mio figlio o se è un ragazzo “seguito dal Servizio”. Sorrido, e la mia risposta è sempre un po’ misteriosa: forse sì o forse no … o forse sono un po’ tutte e tre quelle persone ipotizzate.
Andrea si è visto nella foto appesa e non ha battuto ciglio, incurante del fatto che forse un giorno qualcuno avrebbe potuto riconoscerlo.
La foto è ora divenuta, per me, ricordo e racconto: ma non è più il racconto di Andrea, ormai è divenuto il mio racconto, quello che vado a rinarrare a chi mi chiede e m’interroga su quello strano “pesce pescato”. Non è più la persona fotografata che colpisce - “chi è quello?” - ma è il significato del “perché è lì” e a quali altri dialoghi apre quella domanda: se sono io, se è mio figlio, o se è un ragazzo passato dal Servizio.
Gli oggetti che le persone ci lasciano, e che esponiamo nelle nostre stanze di lavoro, narrano non solo di chi ce le ha lasciate, ma dicono anche di chi le ha esposte, favorendo l’apertura ad altri discorsi, ad altre persone e ad altre situazioni, nei colloqui effettuati con chi si rivolge in quel nuovo momento a noi.
Questo racconto è tratto dall'articolo "Dove e come incontriamo le persone fa la differenza" presente nel n.342/2021 di Animazione Sociale




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