Con questo “istant book” intendiamo dare contributi di conoscenza su quanto sta avvenendo a livello legislativo sul fronte della riforma dell'assistenza. La legge 328/00, pur con le sue evidenti criticità, ha costituito un salto culturale notevole nel ripensare il sistema di welfare per la società italiana. Sono state disegnate opzioni importanti per governare con efficacia un sistema che è oggettivamente complesso per il coinvolgimento di più attori sia pubblici che privati, per la ricaduta che si ha in termini di qualità della vita, per la prospettiva universalistica del sistema stesso chiaramente affermata, con un’enfasi quasi da carta costituzionale, nell’articolo 1 comma 1, della legge 328/2000: “La Repubblica assicura alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi e servizi sociali, promuove interventi per garantire la qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione e diritti di cittadinanza, previene, elimina o riduce le condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare, derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia, in coerenza con gli articoli 2, 3 e 38 della Costituzione”.
E' quindi viva la preoccupazione che importanti soggetti della società civile hanno espresso nelle audizioni parlamentari promosse dalle commissioni riunite finanze ed affari sociali. Di queste voci ne riportiamo alcune (quelle che sono entrate più nel merito dell’art 10 che riguarda la riforma assistenziale) che è stato possibile reperire nella rete, sono contributi che ritengo utili per una riflessione approfondita perché introducono elementi di valutazione tecnica, economica e culturale al tema dei servizi.
Ci è comunque sembrato utile far precedere ai documenti presentati dai testimoni privilegiati in sede parlamentare, una analisi della spesa sociale in questi ultimi anni a cura di Cristiano Gori, (ne parleremo più avanti) e alcune osservazioni della collega Patrizia Del Principe (CNOAS) anche queste sul tema delle politiche sociali di fronte alle iniziative politiche in discussione.
Indice
- Maurizio Cartolano
Osservazioni preliminari. - Il disegno di legge.
- Cristiano Gori
Più spesa pubblica e meno servizi. La novità inattesa del welfare italiano. - Patrizia Del Principe
Le politiche sociali nel nuovo conteso socio economico: riflessioni e proposte. - Forum del Terzo Settore
Il documento dell’audizione alla camera dei deputati: valutazioni e proposte sulla parte assistenziale. - Gruppo Abele
Il documento dell’audizione alla camera dei deputati: osservazioni sull’articolo 10. - Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap
Il documento dell’audizione alla camera dei deputati: Osservazioni della FISH. - Nerina Dirindin
Il documento dell’audizione alla camera dei deputati: osservazioni sull’articolo 10. - Cittadinanza Attiva
Il documento dell’audizione alla camera dei deputati: commento e proposte per la sostenibilità del welfare. - CGIL
Il documento dell’audizione alla camera dei deputati. - Emanuele Ranci Ortigosa
Il documento dell’audizione alla camera dei deputati. - Tiziano Vecchiato
Il documento dell’audizione alla camera dei deputati: le osservazioni della Fondazione “E. Zancan” onlus - Scarica tutti i documenti
Il disegno di legge 4566 – al momento in cui scriviamo queste note a gennaio 2012 – è all'esame delle commissioni riunite finanze ed affari sociali. Si tratta di un DDL presentato dal precedente governo il 29 luglio 2011 nell'ambito più generale degli interventi previsti per il contenimento della spesa pubblica. Il dettato del provvedimento recita: "Delega al Governo per la riforma fiscale e assistenziale". Si tratta quindi di una legge che il parlamento ha facoltà di approvare e che, nell'ambito dei paletti previsti appunto dalla legge stessa, da mandato al Governo di predisporre nell'arco di 2 anni, una serie di provvedimenti normativi tesi a rendere operativi gli intendimenti contenuti nella norma di delega.
La portata della legge delega in effetti è tale che avrebbe avuto più senso che della intera questione fosse stato direttamente investito il parlamento, si tratta infatti di interventi strutturali in settori importanti del nostro sistema di welfare: previdenza, sanità, interventi a sostegno del reddito e politiche sociali. D'altra parte il Governo non ha proposto il provvedimento con la finalità di mettere a punto le pur necessarie azioni di riforma del sistema, piuttosto la richiesta di delega nasce dalla valutazione squisitamente politica di intervenire con tagli - l'art 11 è nella sua laconicità chiarissimo in questo senso - su una voce di spesa del sistema sociale. In questo senso è appena il caso di sottolineare che la proposta è presentata dal ministro delle finanze e non di concerto, come è d'uso in queste circostanze, anche dal ministro del welfare.
Tutto il testo è compreso in 11 articoli, i primi 9 articoli trattano delle varie norme fiscali e previdenziali e che – per la natura delle innovazioni che verrebbero introdotte - sono state oggetto di numerose notizie di stampa.
Più defilato invece è stato il dibattito intorno all'art 10 che prendiamo in esame. L’articolo che tratta della riforma assistenziale ha presupposti che in larga parte appaio condivisibili. Leggiamo dalla presentazione: “La presente delega è quindi rivolta a ricomporre il quadro allineando quello che oggi è disallineato, attraverso il riferimento alle disposizioni costituzionali degli articoli 117 (livelli essenziali) e 118 (sussidiarietà) della Costituzione. Lo scopo è quello di permettere che i servizi socio-sanitari possano integrarsi con i servizi del welfare.” e ancora nella relazione tecnica: “La delega in esame, quindi, mette in atto una serie di misure volte a superare le attuali sovrapposizioni e duplicazioni di servizi e di prestazioni, che rendono poco efficace il sistema attuale. Attraverso l'adozione dei decreti legislativi verrà attuato un quadro della spesa per il welfare meno frammentato, con pochi attori che erogano le prestazioni a favore dei cittadini. Il sistema così delineato permetterà di ottenere, attraverso la riqualificazione e l'integrazione dei vari livelli di governo, una maggiore efficacia ed economicità.”
Ma se i presupposti appaio significativi, la norma in realtà esprime delle palesi contraddizioni: evidenziamo in questo ambito una interpretazione perlomeno azzardata del principio di sussidiarietà. L'articolo 10 in coerenza con la dottrina che ha ispirato la redazione del “Libro Bianco”, va ad attribuire – in nome della sussidiarietà – le competenze assistenziali primarie sulla persona direttamente alla famiglia (sul cui ruolo c’è un’enfasi strumentale utile solo al conferimento di un vero e proprio ruolo surrogatorio delle politiche sociali per la persona), alle organizzazioni del terzo settore (qui messe indistintamente in un mix unico che comprende volontariato, no profit in senso generale e cooperazione sociale) e i comuni a cui è demandata la regia della gestione delle social card.
Al di là degli aspetti di correttezza costituzionale sulla quale si sono soffermate molte osservazioni negli interventi, è evidente l’abiura ad ogni principio di programmazione e organizzazione dei servizi a livello pubblico, direttamente accusati nella presentazione della proposta di legge di inefficacia e inefficienza. Si legge infatti che la gestione dei servizi da parte del settore privato (un privato alquanto indistinto come detto prima): “È un'opzione decisiva perché spesso, a causa di un pregiudizio ideologico non ancora del tutto tramontato, il Terzo settore non è ancora debitamente valorizzato e si continua a ritenere che sia meglio la gestione pubblica diretta, anche quando costa di più e rende qualitativamente meno di un servizio erogato da un ente con finalità sociali. In altre parole, il pubblico continua aprioristicamente a essere ritenuto moralmente migliore e da privilegiare a dispetto di ogni risultato qualitativo e quantitativo.”
In realtà questo “pregiudizio ideologico” credo che sia ormai praticamente irrintracciabile, indipendentemente dalla composizione politica delle amministrazioni territoriali, nelle varie organizzazioni locali dei servizi che sempre più esternalizzano le azioni di politica sociale ad organismi del privato sociale che siano cooperazione o associazioni di promozione sociale. Il riferirsi a questa istanza appare qui più strumentale a giustificare l’attribuzione tout court di competenze (e responsabilità aggiungiamo) alla fine della filiera, al punto che la gestione della social card - per esempio - è normata così (comma 1/e): “con lo scopo di identificare i beneficiari in termini di prossimità, di integrare le risorse pubbliche con la diffusa raccolta di erogazioni e benefìci a carattere liberale, (i comuni provvedono) di affidare alle organizzazioni non profittevoli la gestione della carta acquisti attraverso le proprie reti relazionali”
Come si vede salta anche un altro principio importante di politica sociale: l’esigibilità dei diritti, ovvero una esigibilità che si potrà esercitare passando obbligatoriamente attraverso i centri di ascolto Caritas (e lo dico con tutto il rispetto) o altre iniziative volontaristiche di questo tipo.
Ci sono numerosi altri punti di criticità nel disegno di legge ben osservati dai diversi interlocutori che sono riportati in questo testo per i quali non è possibile tracciare una sintesi collettiva che non sia quella – concorde – che occorre smettere di considerare le politiche sociali come un costo, ma ribaltare la logica e attribuire a queste la finalità di investimento per la crescita sociale della comunità.
Maurizio Cartolano
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Il testo della legge delega |
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Cristiano Gori Il documento è la presentazione del numero speciale 3/2011 di Welfare Oggi (Maggioli editore) con il quale Gori introduce una quasi provocazione: nelle politiche sociali italiane, anche se meno di altre nazioni europee, non si spende poco, si spende male e paradossalmente la politica dei tagli produce l’effetto di gonfiare la spesa pubblica. Come? Con la freddezza dei numeri si illustra come l’emersione di nuovi bisogni, l’assenza di una conseguente programmazione di nuovi servizi uniti al taglio di fondi - soprattutto dei comuni - ha impedito lo sviluppo di politiche di contrasto che hanno finito per “travasare” i bisogni nell’ambito della spesa per i diritti soggettivi (sanità, prestazioni di invalidità, previdenza) che non sono soggetti a vincoli di bilancio. La legge delega, qui non considerata in quanto l’articolo è stato scritto nelle settimane precedenti la pubblicazione, tenta di arginare questo paradosso con la limitazione dell’esigibilità di questi diritti soggettivi, ma opportunamente l’autore fa notare che la complessità dei soggetti chiamati a governare, i diversi livelli di gestione non possono produrre neppure nel medio/lungo periodo benefici significativi in termini di minore spesa. Ma soprattutto, per ciò che ci riguarda da vicino (la rete dei servizi territoriali), emerge quando la previsione di taglio, drammatica per l’esistenza stessa dei servizi, non è che una quota risibile della spesa sociale in generale. |
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Patrizia Del Principe (CNOAS - Presidente commissione politiche sociali) |
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Forum del Terzo Settore |
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Gruppo Abele |
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Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap |
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Nerina Dirindin |
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Cittadinanza Attiva a) “Fare cassa” non può essere la finalità di una riforma assistenziale |
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CGIL |
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Emanuele Ranci Ortigosa |
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Tiziano Vecchiato |
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Conclusioni
Sarebbe un errore gravissimo limitarsi a considerare l’attuale contesto di crisi come un transitorio periodo di “vacche magre” nel quale anche le politiche del welfare debbano contribuire con la loro parte, ammesso che questa sia una logica accettabile proprio nel momento socio-economico che stiamo vivendo.
Le proposte politiche in itinere non sono infatti di semplice adeguamento alla situazione, ma si configurano come una vera e propria controriforma le cui conseguenze appaiono irreversibili.
La nostra professione, con poche eccezioni, sembra sottovalutare gli effetti devastanti che l’eventuale approvazione della legge delega all’esame del parlamento potrà portare al sistema dei servizi, ad un approccio moderno della pratica professionale, al ruolo degli operatori impegnati e non ultimo al benessere sociale.
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Comprende tutti i testi di "Dove va l'assistenza" |
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– è all'esame delle commissioni riunite finanze ed affari sociali. Si tratta di un DDL
presentato dal precedente governo il 29 luglio 2011 nell'ambito più generale degli
interventi previsti per il contenimento della spesa pubblica. Il dettato del provvedimento
recita: "Delega al Governo per la riforma fiscale e assistenziale". Si tratta quindi di una
legge che il parlamento ha facoltà di approvare e che, nell'ambito dei paletti previsti
appunto dalla legge stessa, da mandato al Governo di predisporre nell'arco di 2 anni, una
serie di provvedimenti normativi tesi a rendere operativi gli intendimenti contenuti nella
norma di delega.
La portata della legge delega in effetti è tale che avrebbe avuto più senso che della
intera questione fosse stato direttamente investito il parlamento, si tratta infatti di interventi
strutturali in settori importanti del nostro sistema di welfare: previdenza, sanità, interventi a
sostegno del reddito e politiche sociali. D'altra parte il Governo non ha proposto il
provvedimento con la finalità di mettere a punto le pur necessarie azioni di riforma del
sistema, piuttosto la richiesta di delega nasce dalla valutazione squisitamente politica di
intervenire con tagli - l'art 11 è nella sua laconicità chiarissimo in questo senso - su una
voce di spesa del sistema sociale. In questo senso è appena il caso di sottolineare che la
proposta è presentata dal ministro delle finanze e non di concerto, come è d'uso in queste
circostanze, anche dal ministro del welfare.
Tutto il testo è compreso in 11 articoli, i primi 9 articoli trattano delle varie norme
fiscali e previdenziali e che – per la natura delle innovazioni che verrebbero introdotte -
sono state oggetto di numerose notizie di stampa.
Più defilato invece è stato il dibattito intorno all'art 10 che prendiamo in esame.
L’articolo che tratta della riforma assistenziale ha presupposti che in larga parte appaio
condivisibili. Leggiamo dalla presentazione: “La presente delega è quindi rivolta a
ricomporre il quadro allineando quello che oggi è disallineato, attraverso il riferimento alle
disposizioni costituzionali degli articoli 117 (livelli essenziali) e 118 (sussidiarietà) della
Costituzione. Lo scopo è quello di permettere che i servizi socio-sanitari possano
integrarsi con i servizi del welfare.” e ancora nella relazione tecnica: “La delega in esame,
quindi, mette in atto una serie di misure volte a superare le attuali sovrapposizioni e
duplicazioni di servizi e di prestazioni, che rendono poco efficace il sistema attuale.
Attraverso l'adozione dei decreti legislativi verrà attuato un quadro della spesa per il
welfare meno frammentato, con pochi attori che erogano le prestazioni a favore dei
cittadini. Il sistema così delineato permetterà di ottenere, attraverso la riqualificazione e
l'integrazione dei vari livelli di governo, una maggiore efficacia ed economicità.”
Ma se i presupposti appaio significativi, la norma in realtà esprime delle palesi
contraddizioni: evidenziamo in questo ambito una interpretazione perlomeno azzardata del
principio di sussidiarietà. L'articolo 10 in coerenza con la dottrina che ha ispirato la
redazione del “Libro Bianco”, va ad attribuire – in nome della sussidiarietà – le
competenze assistenziali primarie sulla persona direttamente alla famiglia (sul cui ruolo c’è
un’enfasi strumentale utile solo al conferimento di un vero e proprio ruolo surrogatorio
delle politiche sociali per la persona), alle organizzazioni del terzo settore (qui messe
indistintamente in un mix unico che comprende volontariato, no profit in senso generale e
cooperazione sociale) e i comuni a cui è demandata la regia della gestione delle social
card.
Al di là degli aspetti di correttezza costituzionale sulla quale si sono soffermate
molte osservazioni negli interventi, è evidente l’abiura ad ogni principio di programmazione
e organizzazione dei servizi a livello pubblico, direttamente accusati nella presentazione
della proposta di legge di inefficacia e inefficienza. Si legge infatti che la gestione dei
servizi da parte del settore privato (un privato alquanto indistinto come detto prima): “È
un'opzione decisiva perché spesso, a causa di un pregiudizio ideologico non ancora del
tutto tramontato, il Terzo settore non è ancora debitamente valorizzato e si continua a
ritenere che sia meglio la gestione pubblica diretta, anche quando costa di più e rende
qualitativamente meno di un servizio erogato da un ente con finalità sociali. In altre parole,
il pubblico continua aprioristicamente a essere ritenuto moralmente migliore e da
privilegiare a dispetto di ogni risultato qualitativo e quantitativo.”
In realtà questo “pregiudizio ideologico” credo che sia ormai praticamente
irrintracciabile, indipendentemente dalla composizione politica delle amministrazioni
territoriali, nelle varie organizzazioni locali dei servizi che sempre più esternalizzano le
azioni di politica sociale ad organismi del privato sociale che siano cooperazione o
associazioni di promozione sociale. Il riferirsi a questa istanza appare qui più strumentale
a giustificare l’attribuzione tout court di competenze (e responsabilità aggiungiamo) alla
fine della filiera, al punto che la gestione della social card - per esempio - è normata così
(comma 1/e): “con lo scopo di identificare i beneficiari in termini di prossimità, di integrare
le risorse pubbliche con la diffusa raccolta di erogazioni e benefìci a carattere liberale, (i
comuni provvedono) di affidare alle organizzazioni non profittevoli la gestione della carta
acquisti attraverso le proprie reti relazionali”
Come si vede salta anche un altro principio importante di politica sociale: l’esigibilità
dei diritti, ovvero una esigibilità che si potrà esercitare passando obbligatoriamente
attraverso i centri di ascolto Caritas (e lo dico con tutto il rispetto) o altre iniziative
volontaristiche di questo tipo.
Ci sono numerosi altri punti di criticità nel disegno di legge ben osservati dai diversi
interlocutori che sono riportati in questo testo per i quali non è possibile tracciare una
sintesi collettiva che non sia quella – concorde – che occorre smettere di considerare le
politiche sociali come un costo, ma ribaltare la logica e attribuire a queste la finalità di
investimento per la crescita sociale della comunità.
Maurizio Cartolano






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